lunedì 10 dicembre 2018
lunedì 19 novembre 2018
Un respiro difficoltoso
I
fatti atmosferici che nei primi giorni di novembre hanno interessato anche le nostre
montagne, hanno lasciato una cicatrice preoccupante. Ho visto altre volte
l’effetto dell’acqua che il fondo di ogni valle della Val Cellina
convoglia verso Barcis, ma mai come questa volta ho visto i devastanti effetti
del vento. È come se a un umano gli fosse stato portato via un pezzo di
polmone. Temo che la riduzione del polmone verde di questa nostra parte di pianeta aggraverà una dispnea che già avvertiamo. Ho
sentito un tecnico forestale e mi ha detto che, nei prossimi giorni, in un
incontro con l’Assessore Regionale competente per le foreste, discuteranno su
come rimuovere il numero più grande possibile di alberi schiantati, ricettacolo
di parassiti e potenziali terreni di sviluppo e diffusione di malattie forestali. Gli ho fatto alcune domande su argomenti che mi
stanno a cuore, sui quali bisognerà attivarsi: visti i demolitivi fatti atmosferici recenti ci sarà, da parte della politica
regionale friulana una considerazione maggiore per l’”entità albero” e per il
suo effetto benefico? Ci saranno delle politiche a favore di nuove piantumazione? Avremo, oltre che per la montagna, anche una maggiore difesa
di boschetti e siepi di pianura? Ci sarà, vista la sofferenza in corso, anche un allentamento dell’eliminazione arborea
da parte di un’agricoltura tanto invasiva ?
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| Uno schianto di una fascia di faggi. Il soffio devastante era ben delimitato, guardate il tronco secco rimasto in piedi. |
domenica 11 novembre 2018
Il Falco pellegrino, il centro urbano e i piccioni imbrattatori
Sono stato destato da alcuni
richiami famigliari, forti e squillanti. Erano di due falchi pellegrini che
facevano scaramucce nel cielo. Per le differenti dimensioni uno era
maschio e uno femmina. Chissà, forse erano una coppia fissa e dovevano
manifestare, a modo loro, affiatamento. Forse si erano incontrati per caso
e dovevano solo dirsi: “stattene alla larga dal mio territorio di caccia”. Una
volta, questa specie era rara, ora è diffusa. Negli anni sessanta del secolo
scorso, il pellegrino ci permise di comprendere come certi veleni, attraverso il
cibo, passano tra gli organismi viventi (in questo caso il DDT, oggi vietato; disperso
sulle colture era assimilato dai passeriformi, prede frequenti dei falchi
pellegrini, che finivano per deporre uova senza guscio, fragilissime). Quando vedo il
pellegrino sopra alle città, penso anche alla sua adattabilità, espressa
attraverso la nidificazione sulle nicchie presenti sui grattacieli; penso pure al
problema dei piccioni, che colonizzano e imbrattano i centri urbani, anche quello
del mio paese. Qualche anno fa ho proposto al Sindaco e al Parroco di contrastare
l’annoso problema installando un nido artificiale per il pellegrino,
spauracchio per i piccioni, ponendolo su un posto adatto del campanile, in
alto. La curia mi ha risposto che non è possibile, essendo il campanile “luogo
sacro”. Boh… non capisco come negare una modesta cassetta di legno su un
campanile e poi lamentarsi perché decine di colombi insudiciano, con le loro deiezioni, le statue (sacre
pure quelle, credo), i cornicioni, i davanzali dei finestroni e il sagrato,
quotidianamente.
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| Un Falco pellegrino ripreso sui magredi dopo aver predato un gheppio (Non c'è dubbio che siamo sui magredi, perchè? ) |
sabato 10 novembre 2018
Un "giornale" naturalistico
Ecco di nuovo qui, ho riposato un po'. Vi invito a visitare il sito
Web dell’Associazione Naturalistica Cordenonese, dove potrete visionare “CORDENONS NATURA”, “giornale” dall’Associazione Naturalistica Cordenonese a cui contribuiscono diversi soci. L’intento
è quello di parlare di natura e creare una sorta di “archivio storico”. Le pagine si rinnovano ad ogni nuovo programma spedito ai soci, cioè ogni tre mesi. La produzione non ha la velleità di
porsi sopra a chissà quale vertice, vuole semplicemente informare, incuriosire,
invitare alla partecipazione. Ben accette sono le critiche costruttive e,
perché no, i contributi scritti. Curtisnaturae.it
domenica 2 settembre 2018
Le pause di Madre Natura
In
questi giorni di fine agosto, nei boschi, nelle praterie, lungo i fiumi è
calato il silenzio, o quasi. Nessun dolce, rauco o acuto verso animale si
diffonde per segnalare un territorio, per richiamare un partner, per la gioia
di una nuova nascita, per il pericolo di un predatore… Tutto appare immobile. Neppure il crepuscolo mi ha consegnato
insolite osservazioni. Gli alberi e gli arbusti consegnano agli elusivi animali
la produzione frutticola, affidando loro la dispersione di preziosi codici
genetici, indispensabile affinché la vita si perpetui. A conoscenza delle
temperature che verranno, le piante hanno iniziato a smantellare la struttura
molecolare delle foglie, che iniziano a sbiadire: prima che cadano, sono
riassorbite tutte le riserve nutritive che contengono. Nel nostro ritaglio di pianeta, Madre Natura
si prende le sue pause e anch'io prendo le mie.
domenica 1 luglio 2018
Chiu...chiu...chiu...
Le fresche sere d’estate, spesso m'invitano a passeggiare sui campi. Non raramente un “chiù”, acuto e monotono, ripetuto nel buio
e a lungo, conferisce dimensioni al paesaggio. A diffondere questo verso, da
uno o da un altro albero, è il simpaticissimo assiolo, o chiù (Otus scops), un rapace notturno predatore d’insetti, d’uccelletti e di piccoli mammiferi. E’ un migratore che giunge da noi in aprile e ritorna in Africa in settembre. Per le dimensioni
ricorda la civetta comune, ma è smilzo e con due ciuffetti sul capo che solleva quando vuole mimetizzarsi al meglio tra le ramaglie. Più di
qualche persona, s’infervora quando si s’indica il piccolo gufo come frequentatore dei campeggi delle pinete mediterranee: riconosce l’animale come quel gran
seccatore che induce penitenza, cioè notti insonni, per quel suo verso penetrante,
indispensabile marcatore del territorio e del nido, ripetuto a lungo, anche di
fronte al indagare d'una torcia curiosa. “Chiu---chiù---chiù…”
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| Un assiolo che ho custodito quando gestivo il centro di recupero per l'avifauna ferita, poco prima della liberazione |
mercoledì 20 giugno 2018
L'imbuto delle atrocità
Francesco Venerus rievoca spesso episodi di natura vissuta
insieme, durante qualche escursione. Siccome oggi ha ricordato un
incontro che lo incuriosì particolarmente, collocato in questa stagione, voglio
parlarvene. Una volta gli ho mostrato diversi piccoli imbuti, creati qua e là
nella sabbia fine del fiume Cellina. Gli ho detto che su quelle buchette si
consumano grandi tragedie e che il suo autore era poco più grande di un chicco
di riso, ma aveva il nome di un gigante, del re della savana: leone! Siccome i
suoi pasti consistono spesso in formiche, chi gli ha dato il nome l’ha chiamato
formicaleone (Myrmeleon formicarius).
Questo neurottero ha l’abitudine di
infossarsi col corpo nella sabbia che lancia, con le possenti mandibole, verso
l’alto, fino a quando si produce una fossetta imbutiforme. Quando un insetto vagante e curioso si espone per guardare la profondità dell'imbuto, ecco che il predatore gli scaglia con le mandibole "palate" di granelli, che lo spaventano e lo fanno scivolare. Il malcapitato cerca di uscire dal buco, ma il formicaleone continua a proiettargli sabbia , per farlo scivolare ulteriormente. Il poveretto, sfinito dalla fatica, cede e finisce sul fondo dell’imbuto, dove le possenti
mandibole del formicaleone lo agganciano e lo forano e gli iniettano nel corpo
enzimi digestivi. Una volta sciolta internamente, la preda viene succhiata, come noi succhiamo una bibita con la cannuccia!
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In alto a sinistara imbuto di formicaleone (Myrmeleon formicarius), quindi due larve e insetto a metamorfosi compiuta. |
martedì 12 giugno 2018
L'importanza degli alberi vetusti
Faccio parte dei segnalatori del progetto MIPP! In due
anni ho segnalato una Rosalia alpina (che non ho neppure trovato io) e un
Morimo scabroso (Morimus asper funereus).
Non è dei miei modestissimi ritrovamenti che voglio parlarvi, ma degli
obiettivi del MIPP, un progetto finanziato dalla Commissione Europea e riguardante la diffusione di alcuni insetti
inseriti nella Direttiva Habitat,
una delle leggi più importanti per la protezione della natura in Europa. Il
progetto prevede il ritrovamento e la segnalazione nel portale MIPP, anche
da parte di non esperti, di cinque coleotteri, cioè cervo volante (Lucanus cervus),
scarabeo eremita (Osmoderma eremita), cerambice della quercia (Cerambyx
cerdo), rosalia alpina (Rosalia alpina) e il morimo scabroso (Morimus asper/funereus), tutti saproxilici, cioè vivono e si
nutrono nel legno morto degli alberi. La presenza d’insetti di questo genere è
certificazione di boschi in stato di buona salute ecologica. Altri quattro insetti in netto calo demografico, sempre di facile riconoscimento, cioè la cavalletta
stregona dentata (Saga pedo), la farfalla bacante (Lopingia achine), l’apollo (Parnassius apollo) e
la polissena (Zerynthia polyxena) sono comprese nel progetto MIPP.
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| Morimo scabroso - Morimus asper//funereus |
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| Rosalia alpina - Rosalia alpina |
mercoledì 6 giugno 2018
Il coraggio di certe piante
Ho fissato attentamente un particolare dei
magredi del Cellina/Meduna. La parola che spiegava la presenza di alcune piante,
mi ha portato a dei ricordi di bambino, quando certi film americani mi
coinvolgevano così tanto, che avrei voluto esserci anch'io nel Far West. Chi
immaginava che il concetto di pionierismo si addicesse anche a certe piante? Le
pioniere sono quelle piante che per prime s’insediano su un terreno arido e sterile.
Con la loro morte e decomposizione preparano un ferretto utile a diverse e
folte consorelle, più esigenti dal punto di vista trofico. La storia dei
“magredi primitivi” (sassi, licheni, muschi e poche erbe) che in assenza del
prorompere del fiume diventano “magredi evoluti” (prateria arida) è
possibile grazie all'incipit delle piante pioniere!
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| Un Licenide azzurro sui magredi primitivi (sassi con licheni, muschi, pianticelle rade) e due splendide piante pioniere, in alto il camedrio alpino, in basso la vedovella celeste. |
giovedì 24 maggio 2018
Una baraonda di gazze e cornacchie
Mentre camminavo sulla prateria del
Biotopo dei magredi di S. Quirino, la mia attenzione è stata attirata da un
groviglio aereo di cornacchie e gazze. Tutta la loro enfasi era concentrata su
qualcosa che si trovava tra sassi ed erbe. Ho immaginato cosa stava accadendo:
qualcuno doveva aver compiuto una predazione. I corvidi, quando si tratta di
banchettare, sono degli abili e chiassosi opportunisti. Mi sono avvicinato e
una lepre adulta stava per essere mangiucchiata. Una gran bella predazione e abbuffata
per molti animali. Le dimensioni, Il modo in cui era stata aperta e,
soprattutto, i fiocchi di pelo dispersi intorno, testimoniavano che a
compiere la tipica predazione era stata l’aquila reale, regolare abitante dei
magredi del Cellina/Meduna.
lunedì 21 maggio 2018
La gioia dei fiori, la tristezza delle farfalle
Oggi ho vissuto un incanto di colori e
di ricordi, ma anche uno sconforto. Il mio vicinante, agricoltore di
professione, da anni lascia il campo che ho dietro casa a prato. Una stagione
dietro l’altra, il posto s'è arricchito di erbe, di colori, di fiori. In
questi giorni è un tripudio di tinte. Si tratta, perlopiù, di fiori che non conosco. Ne so qualcosa solo di quelli più noti. Gli “ordinari”, quelli meno appariscenti, preziosi perché sostengono una sostanziosa ecologia, mi sono alquanto sconosciuti (poca memoria). È
riemerso in me un ricordo di bambino, quando rincorrevo le farfalle per collezionarle: ce n’erano così tante! Oggi le rincorro per fotografarle ma... osservarle nei prati della campagna è sempre più raro. L’agricoltura
intensiva, con gli antiparassitari, le ha eliminate quasi tutte.
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| Un prato e due splendide farfalle della famiglia dei Licenidi |
domenica 13 maggio 2018
Una pungente bellezza
Questo insetto dei reduvidi, con il
quale mi sono imbattuto oggi nella prateria di “Bioforest”, nel Vinchiaruzzo di
Cordenons, noto come “cimice assassina”, mi ha ricordato il suo modo inquietante di predare e di alimentarsi. Tra le erbe fiorite attende una vespa, un’ape, una
farfalla... Quando una le arriva a tiro, la aggancia con le zampe anteriori, l'infilza con un rostro che tiene ripiegato sotto la testa e inietta dentro di esse una tossina. Se involontariamente ci troviamo a toccare malamente uno di questi artropodi, anche noi possiamo venire infilzati dal suo stiletto, che ci procurerà dolore più di una vespa, per almeno un paio d'ore. Ho il ricordo di una signora presentatasi al pronto
soccorso, dove lavoravo, con dentro ad un vasetto una "cimice assassina". La donna era
stata punta a un braccio e aveva un gran bel bozzo, oltre al dolore. Oggi, dopo
un paio di posture minacciose, di fronte a me l’insetto si è lasciato cadere tra le erbe. L’ho ringraziato per la disponibilità a lasciarsi fotografare e mi
son ripetuto che le mani nell’erba vanno messe con prudenza (cosa che non
faccio mai).
giovedì 10 maggio 2018
Il dono del picchio
A volte capita che tra gli uomini il
lavoro di uno faciliti quello di un altro. Anche
tra gli animali può andare così. Infatti, all’interno delle cavità che il
grande picchio nero scava negli alberi del Vinchiaruzzo di Cordenons, per
rifugiarsi nelle notti invernali, in primavera si riproduce la colombella (Columba aenas). Questa è una buona
notizia, non essendo nota, almeno negli ultimi decenni, la nidificazione di
questa specie di colombo selvatico nell'intero triveneto.
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| La cavità con le uova vicino ad un luogo frequentato spesso dall'uomo |
venerdì 4 maggio 2018
Il valore di una rosa
Che gioia
la Rosa canina. Il fiore selvatico è splendidamente fiorito nell’angolo magredile del mio cortile.
È l’antenata delle rose coltivate; ha la stessa posizione naturale che ha il
lupo rispetto ai suoi discendenti domestici. Ama le aree aperte e i margini dei
boschi. Contribuisce all’ecologia degli ambienti in cui si sviluppa, donandosi tutta: fiori, foglie, bacche e semi. Al di là della bellezza, l’uomo
trovava e trova ancora sostentamento con essa nei suoi copiosi e falsi frutti, i famosi “stropacui”, saporiti da maturi, ricchi di vitamina C, perfetti per fare
confetture e bibite dissetanti. In inverno, le bacche della pianta, d’un bel rosso rubino, donano all’ambiente una nota di colore incantevole . Pur essendo difesa da un’efficace
apparato spinoso, le sue “braccia” hanno giorni di vita limitati,
perché facilmente aggredita, soprattutto dalle larve di
diversi insetti; ma che importa, se sfoglia da una parte, la rosa canina ricaccia presto da un’altra.
giovedì 3 maggio 2018
Brutto, ma incantevole
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| Foto di Bercam Bruno scattata sul prato dell'aviosuperfice della Comina (PN) il primo di maggio |
Già da
diversi anni, in questo periodo e in autunno, qua e là per il FVG, uccelli
dall’aspetto “funereo” sono osservati a terra o su qualche supporto. Vi sto
parlando dell’ibis eremita, Geronticus eremita. E’
una specie iscritta alla lista rossa IUCN (International Union for Consevation
of Nature). Un tempo il pennuto era comune in numerosi ambienti rupestri
europei, Italia compresa. Si è estinto soprattutto perché annientato dall’uomo,
a causa del suo aspetto. I soggetti con cui ci s’imbatte appartengono al
progetto Walldrapp dell’Istituto austriaco Konrad Lorenz, che prevede il
re-inserimento della specie lungo una rotta migratoria da Burghausen (Baviera)
alla riserva naturale del WWF di Orbetello, Grosseto (Toscana). Sono allevati e
seguiti da uno staff di studiosi, con il supporto di un parapendio a motore per
quanto riguarda lo spostamento migratorio. Gli uccelli sono buoni e
affascinanti e particolarmente confidenti. Potete osservarne alcuni riproduttivi
anche "all’Oasi dei Quadris" di Fagagna (UD).
martedì 1 maggio 2018
Guardate il cielo!
Nei prossimi giorni passeranno migliaia
di falchi pecchiaioli (Pernis apivorus). Voleranno uno dietro l’altro o in stormi di decine, alti o bassi, a seconda del
meteo. Tutti saranno impegnati a tenere la rotta est. Diversi metteranno su casa
anche da noi, almeno dove l’ambiente potrà garantirgli il cibo prediletto, cioè
i favi di imenotteri, gonfi di larve. Sono grandi come una poiana ma, perlopiù,
ci sfuggono, perché abbiamo perso l’abitudine di osservare il cielo, le nuvole
e il vento che le muove. Ridestatevi, guardate sopra di voi, guardate il cielo!
domenica 29 aprile 2018
L'allarme del corvo
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| Coppia di corvi imperiali che caccia un'aquila reale giovane. |
Come non poteva non destarmi il verso del corvo
imperiale che prorompeva oltre il vertice delle chiome di un bosco? Il tono
delle sue grida annunciava un sicuro misfatto. Il tempo d’alzar
la testa sulla fascia d’azzurro sopra allo sterrato che da Mezzomonte porta al
Gaiardin, che due grossi pennuti sfilarono decisi. Uno, nero con la coda a
rombo, beccuto per bene e con ali a falce era lui, il corvo imperiale e l’altro, con un timone
lunghissimo e ali ampie ma corte, tonde in punta, era l’astore, il tipico predatore
piumato della selva, veloce e potente, notoriamente elusivo. Il corvo imperiale aveva scoperto il
rapace in un volo insolitamente esposto ed era volato a cacciarlo. Come sua
abitudine gridava e allertava la valle del pericolo comparso. I corvi imperiali sono il
campanello d’allarme delle valli alpine. Se gridano, destatevi! Guardate il
cielo e guardate la terra e qualche osservazione speciale non mancherà!
venerdì 27 aprile 2018
Aiutarli il giusto!

Questo
nidiaceo di merlo (Turdus merula) uscito
in anticipo dal nido, stava schioccando insistentemente davanti alla porta di
un condominio. Impossibile non capire che era ingannato dal suo riflesso; era
convinto di essere davanti a sua madre. L’ho messo nella siepe più vicina. Sono
certo che i suoi genitori mi vedevano. Sono tantissimi i nidiacei dal volo
ancora indeciso che soccombono perché finiscono vittime di gatti, cani,
corvidi, gabbiani e altri predatori. Se siamo certi che sono abbandonate, queste
creature si possono aiutare raccogliendole e mettendole in un contenitore (cartone)
appartato, ma solo per il tempo necessario affinché completino lo sviluppo del
piumaggio, qualche giorno, somministrandogli il cibo adeguato, senza
manipolarli. Se si abituano a noi, quando li rimetterete in libertà, ogni uomo
significherà cibo, dimenticheranno gli allarmi dei genitori, memorizzati quando, intorno al nido, entrava in scena un cane, un gatto o un umano.
mercoledì 25 aprile 2018
I pendoli dell'aquila
In questi giorni le aquile reali si stanno
riproducendo e hanno un comportamento territoriale spettacolare. La
regina alpina non è una grande comunicatrice vocale e non ha neppure colori
particolarmente sgargianti da esibire. Tuttavia, soprattutto il maschio, non appena ne ha l'occasione, deve dire
alle aquile dei territori confinanti l’impegno intrapreso. Cosa fa? Comincia
a caricare una termica ascensionale, o un vento di risalita, senza battere una
volta sola le ali va alto da diventare quasi invisibile e poi, improvvisamente,
si lascia cadere verso terra con una picchiata da brivido. Pare schiantarsi ma,
altrettanto improvvisamente, s’impenna e ritorna alto. Che bello vedere il
maschio raggiungere il vertice di ogni slancio, stallare e piegarsi ancora verso
il basso, per precipitare di nuovo. Ripete questi voli in sequenza, anche per
qualche chilometro, attraversando le valli più ampie, disegnando nel cielo “festoni carnevaleschi”. Ecco come l’aquila reale comunica ai conspecifici il suo impegno nuziale e il possesso del territorio.
lunedì 23 aprile 2018
Lasciamo che le erbe fioriscano!
Perché il nostro giardino deve essere “all'inglese”? Perché deve essere una sorta di tappeto castrato della bellezza e della vita? Lasciamo che le erbe fioriscano, che i luoghi si popolino d’api e d’altri insetti, che qualche farfalla ritorni a colorare le nostre giornate! Per i mesi di marzo e aprile, abbandoniamo la misera logica del rasa erba. La varietà biologica e la bellezza della campagna, con l’agricoltura intensiva sono state demolite, il posto è sempre più un laboratorio di "ordigni" chimici. Molti insetti cercano rifugio in città, lasciamo che il nostro giardino sia per essi una “ciotola” di erbe varie.
giovedì 19 aprile 2018
Larve inquietanti, adulti affascinanti
Ho spostato il compost dal mucchio che creo ogni anno per metterlo nelle porche, ed ecco che si sono delineati alcuni suoi contenuti naturali: orbettini, lombrichi, scolopendre… e larve grosse come un dito d’uomo, traslucide, con zampe minute e mandibole massicce. Sono le larve di coleotteri comparsi da noi una quindicina di anni fa. Si alimentano di detriti, proprio come i lombrichi, fertilizzando ciò che buttiamo. Non eliminatele! Il secondo, terzo anno di vita compiono la metamorfosi, generando una cetonia dallo spettacolare colore verde metallizzato, lungo circa tre cm. Volano rumorosamente, alla ricerca di alberi con frutti più che maturi, di cui si alimentano e di un partner. Le femmine fecondate, atterrano sui compost e vi si “inabissano” per un po’, per deporre le uova e dare inizio ad un nuovo ciclo vitale.
martedì 17 aprile 2018
Bianconi, quarta coppia riproduttiva nel pordenonese! Eureka
Giornata memorabile, dopo
trent’anni di frequenti appostamenti primaverili da una parte e dall’altra del
settore centrale della pedemontana pordenonese, sono riuscito a trovare dove ha
casa la quarta coppia di bianconi. Il rapace riproduttivo meno comune in Friuli
(l’albanella minore non credo nidifichi più). Nel pordenonese conoscevo tre coppie di questo
predatore di serpenti, fin dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso. Ma
da oggi sono quattro! Stanno costruendo il nido, amoreggiando, copulando. Sono puntuali
con la migrazione, con il solito territorio, con il rinnovo del nido, con
l’allevamento dell’unico pulcino. Eureka! Anche il settore centrale della pedemontana
pordenonese ha i suoi bianconi.
lunedì 16 aprile 2018
La latrina del tasso

Capita, di tanto in tanto,
d’imbattersi nelle caratteristiche orme del tasso (Meles meles), che ricordano
quelle di un orso in miniatura. Meno frequentemente, invece, capita
d’incontrare un’altra traccia del simpatico mustelide, cioè la latrina, che è
uno scavo ampio e profondo come un secchiello, più o meno riempito dei suoi
escrementi. Questa traccia, franca espressione territoriale, testimonia spesso la
vicinanza con la tana, occupata da una famiglia.
domenica 15 aprile 2018
Orme di lupo?
Mi hanno segnalato grandi orme di
canide nell’alveo del Cellina a Cordenons. Da un paio di anni il posto è
frequentato da due, forse tre lupi. Le dimensioni, la posizione avanzata dei
due polpastrelli anteriori, le unghie piuttosto sottili e tendenzialmente
rivolte verso l’interno, l’area ampia tra polpastrelli e plantare, quest’ultimo
largo, le orme organizzate su una pista retta e isolata, nessuna orma di scarpe
vicina, mi fanno sospettare che proprio di lupo si tratti. So che attribuire
delle orme a un lupo è un azzardo. Potrebbero essere di un grosso cane vagante.
Mi prometto di indagare più a fondo.
venerdì 13 aprile 2018
Piena sul fiume Cellina
In Valcellina deve aver piovuto molto. Il Cellina, nel suo tratto in pianura, è in piena! Quando si verifica questo fenomeno non manco di vederlo, di camminare lungo uno dei numerosi e copiosi corsi d’acqua che, improvvisamente, scorrono tra i sassi. Immagino come doveva essere questo ambiente un secolo fa, o migliaia di anni fa. E' un piacere per la vista la piena del Cellina, ma anche per l’udito, soprattutto quando l'acqua prorompe con alti cavalloni, lasciandosi sentire a chilometri di distanza.
giovedì 12 aprile 2018
Giorni di morchelle
Il rialzo della temperatura, le piogge primaverili e... un po' di fortuna, in questi giorni ci consentono di trovare più di qualche deliziosa morchella.
domenica 8 aprile 2018
Un giardino giungla
Al Museo di scienze naturali "Zenari" di Pordenone, l'amico Alberto Magri ha concluso la mostra "Quella giungla del mio giardino". Davvero entusiasmante!
sabato 7 aprile 2018
Aquila e ricordi
Inoltrato nella prateria magredile, mi sono imbattuto prima con il volo di un'aquila, poi con un gomitolo (residui) di filo d'acciaio ramato. Attraverso questo cavetto (lungo alcuni chilometri), collegato alla coda di un razzo, con un joysteck un militare guidava l'ordigno su un bersaglio. E' riemerso in me un ricordo (una ventina di anni fa), quando un'aquila si scontrò con uno di quei fili, calato e sospeso tra alcuni alti cespugli. Il grande rapace si sezionò entrambe i bicipiti. Lo mandai col treno alla LIPU di Parma e, dopo tre mesi, me lo riportarono guarito. Le ridammo la libertà in duecento, sul M.te Ciaurlec. Spero che le scorte di quei tremendi ordigni siano finite!
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