venerdì 24 luglio 2020

Il ritorno delle albanelle minori (Circus pygargus)


Da sei anni non seguivo una nidificazione di albanella minore nel pordenonese. Negli anni novanta del secolo scorso, nel cordenonese, gravitavano e si riproduceva una dozzina di coppie, tra il Vinchiaruzzo e i Magredi del Cellina/Meduna. Sono scomparse gradualmente, anno dopo anno. La coppia fermatasi nel moto migratorio, quest’anno si è riprodotta in un incolto intorno ai magredi di Cordenons. I rovi (Rubus fruticosus) erano i dominatori del luogo e forse per questo i due pulcini sono riusciti a crescere, perché protetti dalle spine, problematiche all'astuzia della volpe e alla perspicacia della faina. La segnalazione è partita da una osservazione del fotografo naturalista Sergio Vaccher, mentre l’ornitologo Renato Castellani ha trovato il nido. Io mi sono recato sul posto un paio di volte, per accertarmi dell'andamento riproduttivo. Purtroppo, oltre che dalle attività antropiche e dai predatori, il rapace sembrerebbe minacciato da una sorta d’infezione. C’è il sospetto che la sua rarefazione sia dovuta anche ad un battere, trasmesso dai genitori ai pulcini. Non avevo mai trovato una covata di albanelle minori tra i rovi. In oltre venti anni di monitoraggio, successivamente ai luoghi naturali, da noi le praterie umide del Vinchiaruzzo, oggi pressoché estinte, avevo trovato nidi di albanella nei canneti, nelle colture di orzo, tra erbe varie cresciute dentro le discariche d’inerti, anche sopra a calcinacci o a trucioli di ferro; nei medicai; negli incolti all’interno degli svincoli stradali (Cimpello-Sequals). Speriamo che quello di quest’anno sia un segnale di ripresa, che il volo leggiadro delle albanelle torni sulle praterie dei magredi.
Le giovani albanelle minori del 2020 (Foto di Sergio Vaccher)

Nidiata di Albanelle minori in coltura ad orzo . Primi anni novanta del secolo scorso. 

lunedì 6 luglio 2020

Il più bel fiore alpino!


Oggi ho risalito il torrente Susaibes di Andreis e mi sono imbattuto con uno dei fiori alpini più belli, il raponzolo di roccia (Physoplexis comosa). Spesso viene associato alle pareti rocciose sommitali, in realtà cresce anche in  basso, a  patto  che  l’ambiente  sia  fresco  e  roccioso.  È una  pianta  perenne. In base all’andamento della stagione, sviluppa cespi più o meno folti. I semi germinano dentro le fessure minime, a patto che trattengano un po’ di umidità e contengano un po’ di substrato. Il nome volgare “raponzolo”, deriva dalla radice, che ricorda una rapa. Il nome scientifico, invece, si rifà al vertice dei fiori che, nell'insieme, ricordano una capigliatura sbarazzina. Se v’imbattete con una tale bellezza, gustate l’occhio a sufficienza, perché il raponzolo di roccia non ha vita lunga, essendo l’ambiente in cui germina di stenti.       

mercoledì 1 luglio 2020

Maggiociondolo alpino


Il Ciol della Fratta è un torrente ripido e lungo, di massi accatastati uno sull’altro, che scende dal versante sud del monte Cornaget, a Claut. Ci sono tornato dopo venticinque anni per rivedere un reperto paleontologico, cioè la superficie di uno strato di Dolomia con numerose orme fossili di dinosauro. Il posto mi ha donato un’emozione insolita: le sponde del Ciol erano sottolineate da un’incantevole fioritura di maggiociondolo alpino (Laburnum alpinum). Per questioni di altitudine, la fioritura gialla delle pianta del posto sono posticipate di un mese. Se non fosse per i fiori, nel bosco l’alberello passerebbe inosservato. La sua foglia è composta, essendo fatta da una triade di foglioline. Un ricordo lontano mi riporta a Vittorio, il malgaro di Claut che aveva la stalla accanto alla mia baita. Dal legno del maggiociondolo, duro e scuro come l’ebano, che conservava gelosamente in tronchetti, Vittorio ricavava spine, tappi, cunei resistenti agli sforzi più intensi, oltre che al tempo. Il legno del maggiociondolo è usato anche nell'artigianato degli strumenti musicali a fiato e per realizzare piccoli, preziosi mobiletti. Noto è il veleno della pianta (citisina), contenuta soprattutto nei semi, che tanti animali evitano, anche se non tutti. Tra qualche giorno, in fondo alla Val di Gere, su per il Ciol della Fratta, la luce gialla dei maggiociondoli si spegnerà e il gran verde dei faggi e dei carpini riemergerà.