venerdì 24 luglio 2020

Il ritorno delle albanelle minori (Circus pygargus)


Da sei anni non seguivo una nidificazione di albanella minore nel pordenonese. Negli anni novanta del secolo scorso, nel cordenonese, gravitavano e si riproduceva una dozzina di coppie, tra il Vinchiaruzzo e i Magredi del Cellina/Meduna. Sono scomparse gradualmente, anno dopo anno. La coppia fermatasi nel moto migratorio, quest’anno si è riprodotta in un incolto intorno ai magredi di Cordenons. I rovi (Rubus fruticosus) erano i dominatori del luogo e forse per questo i due pulcini sono riusciti a crescere, perché protetti dalle spine, problematiche all'astuzia della volpe e alla perspicacia della faina. La segnalazione è partita da una osservazione del fotografo naturalista Sergio Vaccher, mentre l’ornitologo Renato Castellani ha trovato il nido. Io mi sono recato sul posto un paio di volte, per accertarmi dell'andamento riproduttivo. Purtroppo, oltre che dalle attività antropiche e dai predatori, il rapace sembrerebbe minacciato da una sorta d’infezione. C’è il sospetto che la sua rarefazione sia dovuta anche ad un battere, trasmesso dai genitori ai pulcini. Non avevo mai trovato una covata di albanelle minori tra i rovi. In oltre venti anni di monitoraggio, successivamente ai luoghi naturali, da noi le praterie umide del Vinchiaruzzo, oggi pressoché estinte, avevo trovato nidi di albanella nei canneti, nelle colture di orzo, tra erbe varie cresciute dentro le discariche d’inerti, anche sopra a calcinacci o a trucioli di ferro; nei medicai; negli incolti all’interno degli svincoli stradali (Cimpello-Sequals). Speriamo che quello di quest’anno sia un segnale di ripresa, che il volo leggiadro delle albanelle torni sulle praterie dei magredi.
Le giovani albanelle minori del 2020 (Foto di Sergio Vaccher)

Nidiata di Albanelle minori in coltura ad orzo . Primi anni novanta del secolo scorso. 

lunedì 6 luglio 2020

Il più bel fiore alpino!


Oggi ho risalito il torrente Susaibes di Andreis e mi sono imbattuto con uno dei fiori alpini più belli, il raponzolo di roccia (Physoplexis comosa). Spesso viene associato alle pareti rocciose sommitali, in realtà cresce anche in  basso, a  patto  che  l’ambiente  sia  fresco  e  roccioso.  È una  pianta  perenne. In base all’andamento della stagione, sviluppa cespi più o meno folti. I semi germinano dentro le fessure minime, a patto che trattengano un po’ di umidità e contengano un po’ di substrato. Il nome volgare “raponzolo”, deriva dalla radice, che ricorda una rapa. Il nome scientifico, invece, si rifà al vertice dei fiori che, nell'insieme, ricordano una capigliatura sbarazzina. Se v’imbattete con una tale bellezza, gustate l’occhio a sufficienza, perché il raponzolo di roccia non ha vita lunga, essendo l’ambiente in cui germina di stenti.       

mercoledì 1 luglio 2020

Maggiociondolo alpino


Il Ciol della Fratta è un torrente ripido e lungo, di massi accatastati uno sull’altro, che scende dal versante sud del monte Cornaget, a Claut. Ci sono tornato dopo venticinque anni per rivedere un reperto paleontologico, cioè la superficie di uno strato di Dolomia con numerose orme fossili di dinosauro. Il posto mi ha donato un’emozione insolita: le sponde del Ciol erano sottolineate da un’incantevole fioritura di maggiociondolo alpino (Laburnum alpinum). Per questioni di altitudine, la fioritura gialla delle pianta del posto sono posticipate di un mese. Se non fosse per i fiori, nel bosco l’alberello passerebbe inosservato. La sua foglia è composta, essendo fatta da una triade di foglioline. Un ricordo lontano mi riporta a Vittorio, il malgaro di Claut che aveva la stalla accanto alla mia baita. Dal legno del maggiociondolo, duro e scuro come l’ebano, che conservava gelosamente in tronchetti, Vittorio ricavava spine, tappi, cunei resistenti agli sforzi più intensi, oltre che al tempo. Il legno del maggiociondolo è usato anche nell'artigianato degli strumenti musicali a fiato e per realizzare piccoli, preziosi mobiletti. Noto è il veleno della pianta (citisina), contenuta soprattutto nei semi, che tanti animali evitano, anche se non tutti. Tra qualche giorno, in fondo alla Val di Gere, su per il Ciol della Fratta, la luce gialla dei maggiociondoli si spegnerà e il gran verde dei faggi e dei carpini riemergerà.

venerdì 5 giugno 2020

SMERGO MAGGIORE, un arrivo recente



Sotto ad una pioggia battente, la femmina dello smergo maggiore se ne stava sulla riva del lago di Redona, accoccolata. Mi sono fermato e si è subito alzata, svelando ciò che nascondeva sotto il ventre. Dieci pulcini! In pochi istanti i piccoli si sono accodati e accomodati sul dorso della madre, che pareva un natante  con i posti a sedere esauriti. Col fardello sulla schiena, la grande anatra ha preso il largo, raggiungendo il centro del lago e la miglior sicurezza. Questo pennuto, abile nell'immergersi e nel pescare sott'acqua, è ancora una gran bella novità, essendo comparso nel pordenonese da pochi anni, precisamente sui laghi freschi e incorniciati da foresta rigogliosa della Val Tramontina: il Ciul, Selva e Redona. Come anatide, lo smergo maggiore si distingue per la particolare abitudine di nidificare nelle cavità degli alberi, delle rocce o, addirittura, nei muri di vecchi ruderi, come stalle o case dismesse, in riva lago o nelle immediate vicinanze. 

domenica 11 agosto 2019

Buona fortuna lupetti!

Un’estate da lupi! Mai come quest’anno ho passato i giorni più caldi dell’anno nel posto più assolato del paese. Anche se sui magredi una certa ventilazione c’è sempre.  Giugno, luglio e la prima parte di agosto mi hanno visto, quasi quotidianamente, davanti al boschetto dei lupi, ad aspettare, discretamente, l’affacciarsi crepuscolare dei cuccioli, nati all’inizio della primavera. Da una ventina di giorni l’ombroso ”cortile di casa”, dove i lupetti passavano il giorno, si è ampliato. Ora passano il crepuscolo e la notte a esplorare e scoprire un mondo più ampio, sempre più ampio. Lo scarico delle fototrappole non consegna più giochi di cuccioli, ma il ritorno guardingo di chi frequentava i posti prima, cioè la volpe, i caprioli, i cervi,  prontissimi a balzare via al minimo odore di lupo.





martedì 2 luglio 2019

Bentornato lupo!

C’erano troppe coincidenze. Fotografi naturalisti, agricoltori e altri frequentatori degli sterrati magredili, all'inizio della primavera raccontavano della presenza di cani timorosi, dall’aspetto lupino. Vista la recente (neanche tanto), naturale tendenza del lupo (Canis lupus) a diffondersi, valeva la pena indagare, cercandone le tipiche tracce. Se erano davvero lupi, le foto-trappole li avrebbero presto immortalati. E così è stato. Nella storia naturalistica dei comuni interessati dall'affascinante ambito magredile sud, l’anno è storico! Dopo alcuni secoli è tornato il lupo (leggetevi l’interessante libro “FRIULI TERRA DI LUPI” di Pier Carlo Begotti, edito dalla “Università della Terza Età di Spilimbergo”). Mai immaginavo di cercare il lupo a Cordenons, dietro casa! Non rendo pubblica questa notizia per esibizione, anzi, pensavo di tacere per prudenza, di non divulgare. Invece le persone più competenti mi hanno spinto a farlo, perché l’informazione salvaguardia più del segreto. Se tutti sanno, il bracconiere di turno è restio a combinare un misfatto. Sono certo che tante notizie storiche sono perlomeno esagerate. In ogni caso, non esistono più bambini, o vecchi isolati tra selve e praterie, al pascolo con pecore o oche. Oggi l'uomo ha tutti gli strumenti tecnologici per controllare i predatori, quando si aggirano tra gli animali domestici. E i cani da guardiania che seguono le greggi? Difficile che il lupo li inganni! Noi ci siamo dimenticati di come vive il lupo; il lupo non si è dimenticato dell’uomo!
Femmina (al centro) e maschio.
Cuccioli

domenica 2 giugno 2019

Ci tenevo a questa esposizione!

Bellissimo l’incipit delle orme fossili di dinosauro. Ho appreso molte cose di geologia risalendo i canaloni dolomitici alla ricerca di reperti. Ci tenevo a organizzare questa esposizione! Il bel tempo atmosferico, dopo un mese di pioggia, ha tenuto lontane tante persone, ma la mostra sarà itinerante e ci sarà occasione per recuperare. Grazie al Museo Civico “S. Zenari” e all’Assessorato alla Cultura di Pordenone, all’Ufficio Biodiversità della Regione FVG, nelle persone di Pierpaolo Zanchetta e Dainese Francesco; grazie alla Fondazione UNESCO per le Dolomiti e al Parco Naturale Delle Dolomiti Friulane, ad Alleris Pizzut (componente direttivo del CAI Italia), al Presidente dei naturalisti di Cordenons Giuseppe Brun, al paleontologo Dott. Fabio Marco Dalla Vecchia e al fotografo Sergio Vaccher . 

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Il paleontologo Fabio Marco Dalla Vecchia


giovedì 30 maggio 2019

Con gli occhi sulle Dolomiti


                                      Sedici maggio 1997. Mi alternavo con l'amico Leandro Dreon per ripulire una                                        superficie di sedimentazione dolomitica e  rendere visibile  una pista fossile di dinosauro
Ha animato l’esposizione in locandina il ricordo di un giorno trascorso nella cornice delle Dolomiti pordenonesi. Ero finito davanti, anzi, al cospetto di un masso dolomitico, nei pressi di malga Casavento a Claut ad ascoltare un paleontologo che doveva confermare il ritrovamento di una sospetta orma fossile di dinosauro, la prima per la Val Cellina. Era il 7 ottobre del 1994. Quello che mi appariva come un banalissimo masso, si trasformò in un “libro di pagine da sfogliare”. Grazie a questa esperienza ho imparato ad osservare le rocce con occhi diversi, ho compreso come anche quelle delle Dolomiti celino un’infinità di racconti; quello del masso dolomitico riguardava una vita tanto lontana quanto affascinante.


domenica 12 maggio 2019

IL PIANETA CHE vogliamo/non vogliamo



Fermiamo l’innalzamento della temperatura globale! La richiesta del popolo di giovani che, con Greta Thumberg, chiede cambiamenti di stili è l’invito della locandina. È necessario capire il problema del surriscaldamento nella sua complessità, dobbiamo sapere come agire, come sostenere la richiesta di una generazione attenta al cambiamento. Vi aspetto numerosi!    

martedì 19 febbraio 2019

Lasciamo ai nostri giardini la gioia dei fiori spontanei.



A volte desidero esprimere la mia passione per l’illustrazione e la creatività; con tutti i miei limiti, cerco di usare questa forma espressiva per comunicare il mio amore per la natura. Circa tre mesi fa, ho deciso di “parlare” del valore e dell’indispensabilità di certe presenze. Così, dopo parecchie ore passate con colori e pennelli, il 17 febbraio ho inaugurato un nuovo murale. I fiori spontanei sono il soggetto del disegno. Si tratta di quei fiori che, da bambino, quando l’agricoltura non aveva i caratteri intensivi e semplificativi di oggi, incontravo tra prati, fossi, siepi e capezzagne. Erano bellezze su cui si posavano altre bellezze, cioè insetti di ogni genere, spesso coloratissimi, dalla biologia incantevole. Ogni fiore, con la sua produzione, sosteneva un brulichio di biodiversità.   



sabato 26 gennaio 2019

Affinare l'udito


Oggi il picchio verde che pascola regolarmente sul prezioso prato dietro casa s’è involato repentino, in direzione degli alberi che stanno in confine col mio vicinante. Lo so che aspetterà solo il tempo che mi allontani, per ritornare a cercare chissà cosa tra le striminzite erbe invernali. Quello che mi ha colpito e che la fuga del pennuto è stata accompagnata dal classico verso, che tra noi birdwatchers va sotto il nome di “risata”, perché ricorda la gran sghignazzata di un goliardico. E’ un verso forte, tanto che lo spauracchio che può provocare non è da poco: è un grande squillo di tromba! Subito mi è venuto in mente che di canti e versi, tra non molto, cioè appena la primavera farà capolino, anche tra le case se ne udiranno tanti. Il picchio rosso cercherà intorno al nido un ramo secco per “tambureggiare”. Il colombaccio (arrivo abbastanza recente nei nostri giardini), tuberà tra le fronde; l’allocco, avvolto nella nebbia e nell’oscurità, bubolerà da qualche ramo; la civetta, gobba o appiattita sotto a qualche nicchia di una casa, striderà; il codirosso ciarlerà.  Il merlo ha un assortimento di versi che fanno un’orchestra, infatti canta, chiocciola, fischia e zirla. Anche la volpe, nei pressi della tana, sempre più vicina ai centri abitati, non è da poco come repertorio, infatti, guaiola, gannisce, abbaia, guaisce. Quanti suoni riempiono anche l’atmosfera della città! Peccato che certi, che sentivo da bambino, quando abitavo in un paesello e non in una città, non si diffondono più! È il caso del garrito della rondine, il cinguettio del passero, il grido del torcicollo. In compenso, si sono aggiunti i ruvidi gracidii famelici della cornacchia, delle ghiandaie e delle gazze. Un verso gioioso che risuona ancora, per le note e per il nome del suo autore, che per gli esperti è un cinguettare e per me invece è un “brindare”, è quello della cinciallegra: il “brindisi della cinciallegra”! Sì, perché l’allegrona ripete all’infinito: “Cin, cin, cin … cin, cin, cin… cin, cin, cin…”



venerdì 25 gennaio 2019

Un rifugio urbano anche per le farfalle

Lo scorso anno Yvonne, socia dell’Associazione Naturalistica Cordenonese, imbattendosi in alcuni bruchi che mangiavano le sue piante di finocchio selvatico, mi ha chiesto se sapevo in che tipo di farfalla si trasformavano. Si trattava di bellissimi bruchi di macaone (Papilio machaon), una splendida farfalla diurna. Per curiosità, ma anche perché quei bruchi sparivano, Yvonne ne trattenne alcuni in una scatola, alimentandoli con i ramoscelli del finocchio selvatico. I bruchi si sono nutriti per bene e poi si sono incrisalidati nel contenitore e alcuni si sono trasformati in bellissimi macaoni, che Yvonne ha subito liberato. Ascoltando la sua esperienza e facendo una ricerca sul Web, ho constatato che gli "allevatori" di farfalle nostrane non sono rari. Così ho deciso che anch'io, quest’anno, dediocherò un po' di tempo ai macaoni. Proprio in questi giorni ho acquistato, presso una rivendita specializzata, dei semi di finocchio e di carota selvatici (Famiglia delle Ombrellifere), molto ricercati dai macaoni e da altri insetti. Li ho seminati in ambiente protetto e sono germogliati e tra un mese li trapianterò nei posti più assolati del mio orto-giardino, con la speranza che qualche macaone approfitti della nuova presenza. Sono particolarmente entusiasta di questa iniziativa, la trovo arricchente per la natura e per l’uomo. Sono operazioni minime per la difesa degli insetti, considerando l'impatto agrario odierno sulle campagne; ma se considero che abbiamo diffuso con successo tra le case la cultura delle cassette nido per gli uccelli, quella dei rifugi per i pipistrelli e per gli imenotteri, quella per l’alimentazione degli uccelli, perché non provare anche con le farfalle? Tutto aiuta.




lunedì 10 dicembre 2018

"Tutto ritorna al mare"


Le avversità atmosferiche dei primi di novembre hanno sottolineato quanto la demolizione alpina sia reale. Noi la percepiamo appena, visto che avviene in tempi geologici. Mai come oggi il lago di Barcis presenta, nella parte a nord, il fondo che affiora. Chissà quanti cubi di ghiaia vi si sono riversati col recente maltempo. Quando ero poco più di un ragazzo (1980), mi tuffavo nel lago dalla famosa passerella a nord.       Di sotto, l'acqua era profonda almeno 5 metri. Oggi  tuffarsi  sarebbe  un  suicidio. A un mese circa dai violenti eventi atmosferici, raggiungendo la mia baita a Claut, con un tempo atmosferico ristabilitosi da giorni, ho osservato come il moto delle ghiaie non sia per niente cessato. Gran parte della nuova minuteria rocciosa che ha colmato il torrente Settimana e appianato l’alveo, pian piano sta per essere portata, ancora, nel lago di Barcis.  



lunedì 19 novembre 2018

Un respiro difficoltoso


I fatti atmosferici che nei primi giorni di novembre hanno interessato anche le nostre montagne, hanno lasciato una cicatrice preoccupante. Ho visto altre volte l’effetto dell’acqua che il fondo di ogni valle della Val Cellina convoglia verso Barcis, ma mai come questa volta ho visto i devastanti effetti del vento. È come se a un umano gli fosse stato portato via un pezzo di polmone. Temo che la riduzione del polmone verde di questa nostra parte di pianeta aggraverà una dispnea che già avvertiamo. Ho sentito un tecnico forestale e mi ha detto che, nei prossimi giorni, in un incontro con l’Assessore Regionale competente per le foreste, discuteranno su come rimuovere il numero più grande possibile di alberi schiantati, ricettacolo di parassiti e potenziali terreni di sviluppo e diffusione di malattie forestali. Gli ho fatto alcune domande su argomenti che mi stanno a cuore, sui quali bisognerà attivarsi: visti i demolitivi fatti atmosferici recenti ci sarà, da parte della politica regionale friulana una considerazione maggiore per l’”entità albero” e per il suo effetto benefico? Ci saranno delle politiche a favore di nuove piantumazione? Avremo, oltre che per la montagna, anche una maggiore difesa di boschetti e siepi di pianura? Ci sarà, vista la sofferenza in corso, anche un allentamento dell’eliminazione arborea da parte di un’agricoltura tanto invasiva ?

Uno schianto di una fascia di faggi. Il soffio devastante era ben delimitato, guardate il tronco  secco rimasto in piedi. 

domenica 11 novembre 2018

Il Falco pellegrino, il centro urbano e i piccioni imbrattatori


Sono stato destato da alcuni richiami famigliari, forti e squillanti. Erano di due falchi pellegrini che facevano scaramucce nel cielo. Per le differenti dimensioni uno era maschio e uno femmina. Chissà, forse erano una coppia fissa e dovevano manifestare, a modo loro, affiatamento. Forse si erano incontrati per caso e dovevano solo dirsi: “stattene alla larga dal mio territorio di caccia”. Una volta, questa specie era rara, ora è diffusa. Negli anni sessanta del secolo scorso, il pellegrino ci permise di comprendere come certi veleni, attraverso il cibo, passano tra gli organismi viventi (in questo caso il DDT, oggi vietato; disperso sulle colture era assimilato dai passeriformi, prede frequenti dei falchi pellegrini, che finivano per deporre uova senza guscio, fragilissime). Quando vedo il pellegrino sopra alle città, penso anche alla sua adattabilità, espressa attraverso la nidificazione sulle nicchie presenti sui grattacieli; penso pure al problema dei piccioni, che colonizzano e imbrattano i centri urbani, anche quello del mio paese. Qualche anno fa ho proposto al Sindaco e al Parroco di contrastare l’annoso problema installando un nido artificiale per il pellegrino, spauracchio per i piccioni, ponendolo su un posto adatto del campanile, in alto. La curia mi ha risposto che non è possibile, essendo il campanile “luogo sacro”. Boh… non capisco come negare una modesta cassetta di legno su un campanile e poi lamentarsi perché decine di colombi insudiciano, con le loro deiezioni, le statue (sacre pure quelle, credo), i cornicioni, i davanzali dei finestroni e il sagrato, quotidianamente.

Un Falco pellegrino ripreso sui magredi dopo aver predato un gheppio (Non c'è dubbio che siamo sui magredi, perchè? )



sabato 10 novembre 2018

Un "giornale" naturalistico


Ecco di nuovo qui, ho riposato un po'. Vi invito a visitare il sito Web dell’Associazione Naturalistica Cordenonese, dove potrete visionare “CORDENONS NATURA”,  “giornale” dall’Associazione Naturalistica Cordenonese a cui contribuiscono diversi soci. L’intento è quello di parlare di natura e creare una sorta di “archivio storico”. Le pagine si rinnovano ad ogni nuovo programma spedito ai soci, cioè ogni tre mesi. La produzione non ha la velleità di porsi sopra a chissà quale vertice, vuole semplicemente informare, incuriosire, invitare alla partecipazione. Ben accette sono le critiche costruttive e, perché no, i contributi scritti. Curtisnaturae.it 


domenica 2 settembre 2018

Le pause di Madre Natura


In questi giorni di fine agosto, nei boschi, nelle praterie, lungo i fiumi è calato il silenzio, o quasi. Nessun dolce, rauco o acuto verso animale si diffonde per segnalare un territorio, per richiamare un partner, per la gioia di una nuova nascita, per il pericolo di un predatore… Tutto appare immobile.  Neppure il crepuscolo mi ha consegnato insolite osservazioni. Gli alberi e gli arbusti consegnano agli elusivi animali la produzione frutticola, affidando loro la dispersione di preziosi codici genetici, indispensabile affinché la vita si perpetui.    A conoscenza delle temperature che verranno, le piante hanno iniziato a smantellare la struttura molecolare delle foglie, che iniziano a sbiadire: prima che cadano, sono riassorbite tutte le riserve nutritive che contengono.  Nel nostro ritaglio di pianeta, Madre Natura si prende le sue pause e anch'io prendo le mie. 


domenica 1 luglio 2018

Chiu...chiu...chiu...

Le fresche sere d’estate,  spesso m'invitano  a passeggiare sui campi. Non raramente un “chiù”, acuto e monotono, ripetuto nel buio e a lungo, conferisce dimensioni al paesaggio. A diffondere questo verso, da uno o da un altro albero, è il simpaticissimo assiolo, o chiù (Otus scops), un rapace notturno predatore d’insetti, d’uccelletti e di piccoli mammiferi. E’ un migratore che giunge da noi in aprile e ritorna in Africa in settembre. Per le dimensioni ricorda la civetta comune, ma è smilzo e con due ciuffetti sul capo che solleva quando vuole mimetizzarsi al meglio tra le ramaglie. Più di qualche persona, s’infervora quando si s’indica il piccolo gufo come frequentatore dei campeggi delle pinete mediterranee: riconosce l’animale come quel gran seccatore che induce penitenza,  cioè notti insonni, per quel suo verso penetrante, indispensabile marcatore del territorio e del nido, ripetuto a lungo, anche di fronte al indagare d'una torcia curiosa. “Chiu---chiù---chiù…”

Un assiolo che ho custodito quando gestivo il centro di recupero per l'avifauna ferita, poco prima della liberazione 

mercoledì 20 giugno 2018

L'imbuto delle atrocità


Francesco Venerus rievoca spesso episodi di natura vissuta insieme, durante qualche escursione. Siccome oggi ha ricordato un incontro che lo incuriosì particolarmente, collocato in questa stagione, voglio parlarvene. Una volta gli ho mostrato diversi piccoli imbuti, creati qua e là nella sabbia fine del fiume Cellina. Gli ho detto che su quelle buchette si consumano grandi tragedie e che il suo autore era poco più grande di un chicco di riso, ma aveva il nome di un gigante, del re della savana: leone! Siccome i suoi pasti consistono spesso in formiche, chi gli ha dato il nome l’ha chiamato formicaleone (Myrmeleon formicarius).  Questo neurottero ha l’abitudine di infossarsi col corpo nella sabbia che lancia, con le possenti mandibole, verso l’alto, fino a quando si produce una fossetta  imbutiforme. Quando un insetto vagante e curioso si espone per guardare la profondità dell'imbuto, ecco che il predatore gli scaglia con le mandibole "palate" di granelli, che lo spaventano e lo fanno scivolare. Il  malcapitato cerca di uscire dal buco, ma il formicaleone continua a proiettargli sabbia , per farlo scivolare ulteriormente. Il poveretto, sfinito dalla fatica, cede e finisce sul fondo dell’imbuto, dove le possenti mandibole del formicaleone lo agganciano e lo forano e gli iniettano nel corpo enzimi digestivi. Una volta sciolta internamente, la preda viene succhiata, come noi succhiamo una bibita con la cannuccia!

In alto a sinistara imbuto di formicaleone (Myrmeleon formicarius), quindi due larve e insetto a metamorfosi compiuta. 



martedì 12 giugno 2018

L'importanza degli alberi vetusti


Faccio parte dei segnalatori del progetto MIPP! In due anni ho segnalato una Rosalia alpina (che non ho neppure trovato io) e un Morimo scabroso (Morimus asper funereus). Non è dei miei modestissimi ritrovamenti che voglio parlarvi, ma degli obiettivi del MIPP, un progetto finanziato dalla Commissione Europea e riguardante la diffusione di alcuni insetti inseriti nella Direttiva Habitat, una delle leggi più importanti per la protezione della natura in Europa. Il progetto prevede il ritrovamento e la segnalazione nel portale MIPP, anche da parte di non esperti, di cinque coleotteri, cioè cervo volante (Lucanus cervus), scarabeo eremita (Osmoderma eremita), cerambice della quercia (Cerambyx cerdo), rosalia alpina (Rosalia alpina) e il morimo scabroso (Morimus asper/funereus), tutti saproxilici, cioè vivono e si nutrono nel legno morto degli alberi. La presenza d’insetti di questo genere è certificazione di boschi in stato di buona salute ecologica. Altri quattro  insetti in netto calo demografico, sempre di facile riconoscimento, cioè  la cavalletta stregona dentata (Saga pedo), la farfalla bacante (Lopingia achine), l’apollo (Parnassius apollo) e la polissena (Zerynthia polyxena) sono comprese nel progetto MIPP.

Morimo scabroso - Morimus asper//funereus

Rosalia alpina - Rosalia alpina