sabato 26 gennaio 2019

Affinare l'udito


Oggi il picchio verde che pascola regolarmente sul prezioso prato dietro casa s’è involato repentino, in direzione degli alberi che stanno in confine col mio vicinante. Lo so che aspetterà solo il tempo che mi allontani, per ritornare a cercare chissà cosa tra le striminzite erbe invernali. Quello che mi ha colpito e che la fuga del pennuto è stata accompagnata dal classico verso, che tra noi birdwatchers va sotto il nome di “risata”, perché ricorda la gran sghignazzata di un goliardico. E’ un verso forte, tanto che lo spauracchio che può provocare non è da poco: è un grande squillo di tromba! Subito mi è venuto in mente che di canti e versi, tra non molto, cioè appena la primavera farà capolino, anche tra le case se ne udiranno tanti. Il picchio rosso cercherà intorno al nido un ramo secco per “tambureggiare”. Il colombaccio (arrivo abbastanza recente nei nostri giardini), tuberà tra le fronde; l’allocco, avvolto nella nebbia e nell’oscurità, bubolerà da qualche ramo; la civetta, gobba o appiattita sotto a qualche nicchia di una casa, striderà; il codirosso ciarlerà.  Il merlo ha un assortimento di versi che fanno un’orchestra, infatti canta, chiocciola, fischia e zirla. Anche la volpe, nei pressi della tana, sempre più vicina ai centri abitati, non è da poco come repertorio, infatti, guaiola, gannisce, abbaia, guaisce. Quanti suoni riempiono anche l’atmosfera della città! Peccato che certi, che sentivo da bambino, quando abitavo in un paesello e non in una città, non si diffondono più! È il caso del garrito della rondine, il cinguettio del passero, il grido del torcicollo. In compenso, si sono aggiunti i ruvidi gracidii famelici della cornacchia, delle ghiandaie e delle gazze. Un verso gioioso che risuona ancora, per le note e per il nome del suo autore, che per gli esperti è un cinguettare e per me invece è un “brindare”, è quello della cinciallegra: il “brindisi della cinciallegra”! Sì, perché l’allegrona ripete all’infinito: “Cin, cin, cin … cin, cin, cin… cin, cin, cin…”



venerdì 25 gennaio 2019

Un rifugio urbano anche per le farfalle

Lo scorso anno Yvonne, socia dell’Associazione Naturalistica Cordenonese, imbattendosi in alcuni bruchi che mangiavano le sue piante di finocchio selvatico, mi ha chiesto se sapevo in che tipo di farfalla si trasformavano. Si trattava di bellissimi bruchi di macaone (Papilio machaon), una splendida farfalla diurna. Per curiosità, ma anche perché quei bruchi sparivano, Yvonne ne trattenne alcuni in una scatola, alimentandoli con i ramoscelli del finocchio selvatico. I bruchi si sono nutriti per bene e poi si sono incrisalidati nel contenitore e alcuni si sono trasformati in bellissimi macaoni, che Yvonne ha subito liberato. Ascoltando la sua esperienza e facendo una ricerca sul Web, ho constatato che gli "allevatori" di farfalle nostrane non sono rari. Così ho deciso che anch'io, quest’anno, dediocherò un po' di tempo ai macaoni. Proprio in questi giorni ho acquistato, presso una rivendita specializzata, dei semi di finocchio e di carota selvatici (Famiglia delle Ombrellifere), molto ricercati dai macaoni e da altri insetti. Li ho seminati in ambiente protetto e sono germogliati e tra un mese li trapianterò nei posti più assolati del mio orto-giardino, con la speranza che qualche macaone approfitti della nuova presenza. Sono particolarmente entusiasta di questa iniziativa, la trovo arricchente per la natura e per l’uomo. Sono operazioni minime per la difesa degli insetti, considerando l'impatto agrario odierno sulle campagne; ma se considero che abbiamo diffuso con successo tra le case la cultura delle cassette nido per gli uccelli, quella dei rifugi per i pipistrelli e per gli imenotteri, quella per l’alimentazione degli uccelli, perché non provare anche con le farfalle? Tutto aiuta.